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Baroncelli: «L’ispirazione è una parola alata che non ha le ali»

L’autore ravennate – in libreria con una nuova raccolta di “microbiografie” – su lavoro e fatica dello scrivere


Eugenio BaroncelliVoce pacata, tono chiaro, elegante. Eugenio Baroncelli, scrittore con la grazia per il dettaglio, classe 1944, natali riminesi e una vita passata a Ravenna, ex insegnante molto amato, da sempre grande lettore, accetta di rispondere a qualche domanda sul suo nuovo lavoro, pubblicato a giugno da Sellerio. Libro di furti. 301 vite rubate alla mia, ancora una volta “microbiografie, miniature filosofico-letterarie che hanno la capacità di riunire in un gesto isolato, in un capriccio dell’attimo, in un’ironia della vita il racconto intero di un personaggio” si legge nella presentazione.


Signor Baroncelli, come vengono a lei questi personaggi? Quali caratteristiche devono avere per creare l’urgenza di raccontarli?

«Non c’è un metodo cartesiano alla base di tutto questo, c’è semplicemente il caso. E il caso è ciò che uno legge, sia un libro o un trattato, sia un ritaglio di giornale o un articolo… da lì si può ricavare non solo un nome ma anche una vita o un pezzo di vita. Questo è il meccanismo. Vuol dire intanto che per scrivere breve, come a me piace, bisogna leggere centinaia di pagine e ricavarne 10 righe. Questa è la strategia. Di queste vite, conosciute o sconosciute, brevi o lunghe che siano, bisognerebbe trovare una scintilla: se la vita è un incendio, gli episodi di una vita sono scintille. Bisogna trovare, e qui sta il gioco, quella che funziona meglio, qualcosa che non si potrebbe dire altrimenti».


Quindi approva quando la descrivono come uno “scrittore enciclopedico” che tenta di catturare nella forma breve la vastità del carattere umano, della vita?

«In un certo senso. Senza arrivare alla metafisica, la metafisica viene dopo. Qui ci occupiamo della fisica, dei corpi, anche dei cuori che stanno in un personaggio, in qualsiasi persona».


C’è qualche criterio che la guida? Voglio dire a un certo punto un libro finisce, deve pur fare delle scelte su quale personaggio o episodio inserire.

«No, non c’è criterio. O meglio, di volta in volta appare un criterio ma senza che io me lo sia imposto prima. Lo diventa. Faccio un esempio: leggo una biografia di 400 pagine sulla signora Emily Brontë e poi scopro, al di là della qualità della biografia, che ci sono dei personaggi secondari. Allora ne prendo uno avvolto nell’oscurità rispetto alla stella centrale e vedo di ricavar qualcosa di segreto o poco conosciuto anche a chi lo ha vissuto. Una vita. Gli affibbio una vita che in grande misura è la mia».


Baroncelli Libro Furti301 vite rubate alla mia. Cosa hanno rubato questi personaggi alla vita di Eugenio Baroncelli e cosa lo scrittore Baroncelli ha rubato a loro? Chi ruba a chi?

«Allora: si ruba sempre! La scrittura, è evidente, è un furto. Abbiamo tanti padri, i libri che abbiamo letto, l’educazione ricevuta, i libri che leggiamo e quelli che non leggiamo. E questa è una specie di storia non scritta, è da lì che viene fatalmente… una parola romantica che non userei, ispira­zione. Qui l’ispirazioe c’entra poco, l’ispirazione è una parola alata che non ha le ali, in realtà c’è il lavoro; e la fatica. Queste vite hanno rubato qualcosa alla mia. Per esempio il tempo».


In alcune sue vecchie interviste spesso lei definisce l’arte della scrittura come una malattia, un vizio. In una recente parla di scrivere come invecchiare…

«Non mi ricordo di averlo mai detto (ride). È semplice, rubare è una cosa che fanno tutti, i piccoli e i grandi scrit­tori. Tutti hanno dei padri e li devono attraversare, attraversandoli non si può non trattenerli. Insomma scrivere passa soprattutto da quello che si legge, poi che voglia dire anche invecchiare è un tratto autobiografico, più o meno mascherato, facile da comprendere, il segreto di Pulcinella. Certo visto che mi occupo di questo da almeno una decina d’anni, ho deciso di iniziare a pubblicare da vecchio, quindi sì, scrivere per me è in­vec­chiare, letteralmente. Non mi ricordo a chi l’ho detto e quando ma poi lei, che è giornalista, sa che quello che uno dice poi detto da altri diventa qualcos’altro. E il che non è male».


Al termine del libro c’è una sorta di elenco delle sue prossime pubblicazioni. Quanto c’è di vero? Sta già lavorando ad altro? Dobbiamo davvero aspettarci un Elogio alle erbacce?

«No, oddio dipende. Dipende da quanto tempo uno ha a disposizione, io ne ho poco quindi devo far tesoro di questa consapevolezza. Nel frattempo però un altro libro l’ho scritto, mentre usciva questo di cui parliamo. Già finito. O meglio: finire è una croce, un tormento. Non si può finire, bisogna trovare il modo pià accettabile e più conveniente, a chi scrive e a chi legge, che rischia pur di subire i sintomi della noia. Bisogna finire ma è un’illusione. Non si finisce mai. Bisognerebbe, in modo quasi eterno vorrei dire, poter continuare a scrivere qualcosa che non sai com’è comin­ciato e come finirà».


 


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