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«Ai nostri operatori sanitari abbiamo dovuto ricordare l’importanza del riposo»

 


Nell’ambito di un approfondimento più generale sul mondo della sanità, abbiamo chiesto un intervento anche a Lorenzo Gottarelli, classe 1974, specialista in psichiatria, dal 2017 al lavoro presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Ravenna, uno dei venti reparti di psichiatria italiani “no restraint”, ossia che non usano la contenzione meccanica.


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Lorenzo Gottarelli


Il coronavirus è entrato nella mia vita in maniera molto diretta: il 7 marzo ho visitato una paziente, 12 ore dopo mi hanno comunicato, con una efficienza ai tempi difficile da poter immaginare, che è risultata positiva. Sono quindi stato messo in quarantena, mentre la paziente purtroppo è morta. Mia moglie dice che quel caso mi ha salvato la vita, nel senso che poi sono stato davvero irreprensibile nel rispettare tutte le misure di prevenzione, evitando perfino di grattarmi il naso senza protezioni quando mi prudeva, tanto per intenderci.


Anche il mio caso dimostra comunque come Ravenna in particolare abbia affrontato l’emergenza con grandissima tempestività: non si è perso tempo e si è predisposto, per esempio, un piano letti imponente, che non è stato infatti criticato da nessuno, cosa piuttosto incredibile a pensarci. Complici anche i racconti di colleghi da Piacenza e poi da Rimini durante quei primi giorni di emergenza, abbiamo poi vissuto momenti di paura. Anche noi psichiatri eravamo pronti ad andare sul campo nei reparti Covid, se ci fosse stato chiesto. Nel frattempo però è iniziato a fortificarsi un grande spirito di corpo e, senza che ci sia stato un ordine di servizio da parte della direzione, sono stati sempre di più medici e infermieri di altri reparti – che io non posso fare altro che chiamare eroi – a prendere servizio nei reparti Covid, in maniera del tutto volontaria, andando magari a stare nella casa al mare per non rischiare di infettare la famiglia.


Arrivando al mio settore di competenza, la psichiatria, l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) prevede che aumenteranno le persone con sofferenza psichica e dopo un calo di richieste di interventi psichiatrici durante la cosiddetta fase 1 si è tornati a un livello di richieste pre Covid. Ci immaginiamo, in particolare, tre tipi di problemi. Il primo che è diretta conseguenza della quarantena, relativo a persone costrette a convivere in situazioni per loro difficili. Penso a strategie di adattamento che si possono rivelare inefficaci o a un sicuro aumento di strategie disfunzionali, come il consumo di alcol o l’uso di sostanze. Un secondo ordine di problemi è quello relativo a persone già note al nostro servizio, costrette però come tutta la popolazione a confrontarsi con una riduzione dei trattamenti come per esempio un tirocinio che si è sospeso. E poi ci saranno nuove fragilità, quelle di persone che non hanno mai avuto un problema, ma che si ritroveranno in nuclei famigliari senza lavoro. La disoccupazione è d’altronde un fattore di rischio per il disagio psichico. Al momento questo aspetto ancora non lo tocchiamo con mano, ma è molto probabile che dovremo farci i conti. Ed è a questo punto difficile fare previsioni sulle risorse sanitarie necessarie per affrontare questo plausibile aumento di richieste di aiuto.


Per l’infanzia è facile prevedere che tante situazioni di disagio si siano acuite, perché la scuola, oltre che di insegnamento, è anche un luogo di osservazione, da parte degli adulti, e di cura, che ora ovviamente è venuto meno. Con un conseguente aumento anche della disparità, tra chi può permettersi lezioni a distanza e chi, banalmente, no.


In generale è possibile prevedere che tutti in un certo qual modo soffriremo psichicamente e qualcuno si ammalerà. Come prevenzione l’Oms dà consigli chiari. Sintetizzando si tratta della semplice e banale cura di sé. Un’alimentazione corretta, fare attività fisica, vestirsi bene anche in casa senza lasciarsi andare, cercare di aumentare la socialità, magari anche tramite telefonate e videochiamate, senza chiudersi in se stessi o dare la precedenza a reazioni patologiche come alcol, fumo e sostanze.


In questo periodo di emergenza noi del reparto di psichiatria di Ravenna abbiamo anche sviluppato degli interventi a supporto degli operatori sanitari, particolarmente sotto stress. D’altronde statistiche alla mano, in Italia sono morti tre medici al giorno durante la pandemia. Questo è normale che faccia paura, così come subentra la paura di infettare i tuoi cari e la tua famiglia. Dalle adesioni in ospedale, a Ravenna, è parso chiaro che di questo servizio di supporto ce n’era bisogno, in tanti hanno avuto la maturità di capire che avrebbero dovuto farsi aiutare. Molto interessante è poi il servizio di supporto che abbiamo messo in campo rivolto alle intere equipe e non solo ai singoli. In questo caso, dove c’erano problemi, si sono acuiti in queste settimane. Le squadre molto unite invece hanno moltiplicato le forze, come davanti a un terremoto. Il nostro compito è stato in questo senso quello di far capire ai nostri operatori che non erano davanti a una corsa breve, ma a una maratona. E che fa parte del mestiere anche il riposo. Diverse persone hanno lavorato anche 12 ore al giorno per 7 giorni a settimana. Diversi sono stati a casa un giorno negli ultimi 60. E di loro spontanea volontà, senza che sia mai arrivato un ordine di servizio, ripeto. L’altra caratteristica comune emersa dai nostri incontri con gli operatori, infine, è un certo abbassamento della soglia emotiva, anche questo inevitabile. D’altronde l’ho visto anche su di me: alla riapertura dei bar, quando al momento di pagare il caffè mi è stato detto “lei non paga perché è un dottore”, beh, mi sono commosso…»


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